Mauro Bonaventura: ogni sua opera c’invita all’ascolto
Veder lavorare Mauro Bonaventura è molto affascinante: accarezza col fuoco le sue figure di vetro, le fa crescere, le nutre di energia, poi le imprigiona in gabbie di fili colorati, dalle quali talvolta le aiuta ad uscire e che più spesso ingrandisce fino a realizzare suggestive costruzioni che possono raggiungere anche un metro d’altezza. Sono strutture avvolgenti che legano ed avvinghiano i corpi in esse racchiusi costringendoli a posizioni che potremmo definire drammatiche se non apparissero tanto naturali e necessarie, conseguenze inevitabili di una situazione della quale si ferma l’attimo che nell’opera diviene eterno.
Corpi femminili e corpi maschili, in solitudine o in coppia, racchiusi da forze esterne a loro o intrappolati in gabbie che prendono forma dai loro stessi corpi, lasciandoci incerti se sia l’energia che li sta materializzando o se si stiano decomponendo in vibrazioni tese a ricongiungersi con l’universo. Siamo tentati, a questo punto, di interrogarci sui motivi che spingono un artista a concepire e realizzare le sue ossessioni.
Credo tuttavia che questo sarebbe un facile voyerismo, proprio delle indagini che impegnano gli psicologi, prigionieri dei loro studi e del loro mestiere, bisognosi di rassicurarsi riconducendo tutto a dei concetti conosciuti. Queste operazioni, tuttavia, allontanano dall’arte e dall’artista che non va sezionato, analizzato, scomposto, ma guardato attraverso le sue creazioni con la modestia di chi si dispone a ricevere qualcosa attraverso delle opere che sono forme vive, capaci di trasmettere sensazioni, emozioni, contenuti proprio perché con noi interagiscono.
Talvolta esse ci liberano da alcuni vincoli o, al contrario, ci evidenziano certe gabbie, le nostre, dentro le quali possiamo vagare stupiti, fermarci a giocare ignari o attivamente modificare, sottraendoci ai fili che ci imprigionano. Ho conosciuto Mauro Bonaventura così, osservando con interesse i suoi lavori alcuni anni fa. Era ancora agli inizi. Ho seguito i primi passi della sua arte, quando le sue minute figure femminili si trasformavano in alberi. Le ho viste poi liberarsi dalle loro strutture vegetali, vagare libere per un poco, rimanere imprigionate in blocchi di vetro, riemergere, ritrovare la loro umanità e nuovamente avvilupparsi in fili sottili. Favole di trasformazioni, magici eventi, scherzi giocosi, piccole composizioni che parevano fatte di aria, forme quasi impalpabili che sembravano sul punto di svanire da un momento all’altro e che sapevano catturare il nostro sguardo pur nelle loro ridottissime dimensioni. Ho visto lo stupore dell’artista davanti alle sue creazioni, la sua volontà di perfezionarsi, la capacità di interrogarsi e la disponibilità al dialogo.
A distanza di alcuni anni, sono felice di constatare come Mauro Bonaventura, pur memore della tradizione veneziana, sia riuscito a sottrarsi ai canoni usuali propri del buon artigianato per realizzare oggi delle vere sculture in vetro che entrano a pieno titolo nel territorio dell’arte. Una grande vitalità anima i suoi progetti, elaborati da un’idea che l’istinto sviluppa utilizzando una materia, il vetro, sentita in tutte le sue potenzialità e poi gestita. Ogni opera è un pezzo unico e racchiude un sogno, un segreto. Ogni opera pare nata da quello sguardo intimo con il quale l’artista sfiora la sua interiorità. Ogni opera ci invita all’ascolto. Ci possiamo avvicinare ad esse con l’occhio critico di chi ammira la tecnica, con l’entusiasmo di chi coglie un’idea nuova ed originale o con diffidenza e timore, con la distanza di chi si sforza di capire a tutti i costi e proprio per questo non sente i segnali che l’opera invia: quel suo respirare piano che la rende viva, quel parlare sommesso, quei silenzi che ogni tanto lasciano sfuggire un grido che arriva a noi ovattato dagli intricati fili della gabbia e che subito tace.
Se noi ci accostiamo senza fretta alle opere di Mauro Bonaventura e le guardiamo per un po’ con calma, cercando di acquietare la nostra mente e rinunciando all’abitudine di individuare subito un messaggio da tradurre in parole, può succedere di sentirsi improvvisamente liberi dai lacci dei nostri pensieri. Allora le mani da sole giocano con una di queste splendide strutture e, nella gratuità del gesto, la nostra mente, ritornata alla naturalezza e alla semplicità di un approccio libero, coglie dal vuoto dell’intenzione nuove possibilità di dialogo. E alla fine non sappiamo se è la nostra volontà che sposta l’assetto dell’opera ed individua differenti possibili punti di vista e significati emozionali o se questa ci ha catturati nel suo gioco magico, avviluppandoci nella ragnatela delle sue sensazioni.
Roberta Fabris Novembre 2001.
